Ciò che si apprezza fin dalle prime pagine di questo articolato e appassionante libro di Paolo Spolaore è l’approccio metodologico che proietta gli itinerari veneti in una dimensione molto più ampia in cui acquisiscono senso e significato. Prima di portarci sulle strade ci illustra come nasce la figura del pellegrino, quali sono le sue motivazioni, quali gli strumenti del viaggio, il tipo di ospitalità che trova, quali le sono le devozioni da compiere e come la rete delle confraternite fissi sul territorio la devozione compostellana.
Tutti elementi indispensabili per poter riconoscere lungo un tracciato i segni e la memoria del pellegrinaggio, giungendo poi fino al Veneto, dove l’affermarsi di due zone politiche diverse, nell’entroterra e nella zona litoranea, crea due sciami viari differenti, che si incontrano ma anche si eludono.
Tra tali coordinate si svolge il lavoro di Paolo Spolaore frutto di una ricerca molto attenta da cui sono emersi una grande quantità di dati, spesso inediti, che fanno di questo saggio un riferimento ineludibile per la conoscenza della civiltà del pellegrinaggio in una delle regioni più compostellane d’Italia e uno strumento assai utile per affrontarne ed orientarne la rinascita nella nostra epoca.
L’ultimo secolo della storia di Pederobba e del suo territorio è stato segnato dalla generosità di Catterina Jaquillard Onigo che ha voluto compensare il male che si era riversato sulla sua famiglia col dono del suo immenso patrimonio all’intera comunità. Con una indicazione precisa della strada da seguire. Il soccorso e la cura della povertà, dell’indigenza, della malattia. E poi, fondamentale, l’aspetto educativo rivolto all’infanzia. Chi, lo dice espressamente Catterina nel suo testamento, fruirà dell’aiuto e dell’apporto delle Opere Pie, come volle chiamare gli istituti da lei fondati, sarà accolto senza alcuna distinzione. Soprattutto di religione, lei che era valdese e aveva sperimentato nelle proprie vicende familiari il peso e l’umiliazione delle discriminazioni. L’eredità di Catterina è fisica e concreta. Ma, ancor più è morale. Per questo la presente pubblicazione rende omaggio alla sua generosità. Assoluta, preveggente e profetica. Il dono di Catterina, appunto. Infine, marginale ma non troppo: Catterina o Caterina? Una o due “t” per la fondatrice delle Opere Pie? Entrambe le grafie vanno bene. Catterina è il nome che troviamo sulla sua lapide funeraria. Con Caterina, invece, la Jaquillard sottoscrive le diverse versioni del suo testamento.
Catalogo dei dipinti e delle sculture dei Musei Civici di Asolo dal Quattrocento al Novecento, con due particolari sezioni dedicate a Caterina Cornaro e ad Antonio Canova.
Il volume, curato da Giorgio Fossaluzza con contributi di Gabriella Delfini e Nicoletta Rigoni, contiene la schedatura delle più importanti opere conservate all’interno del Museo con una bibliografia aggiornata.
Dolomiti di Zoldo, cadorine e agordine – Dolomiti ampezzane – Dolomiti del centro Cadore, Auronzo – Comelico
Guida illustrata destinata agli appassionati delle due ruote ma anche a tutti coloro che vogliono avvicinarsi per la prima volta al mondo della mountain bike. 24 suggestivi itinerari corredati di mappa dettagliata, altimetria, informazioni su difficoltà, lunghezza, dislivello e durata del percorso. A seguire anche una descrizione minuziosa del tragitto con suggerimenti e, talvolta, “deviazioni” per i più esperti.
Prealpi bellunesi e trevigiane – Cansiglio e Alpago – Dolomiti bellunesi – Alpi feltrine – Piani Eterni e Val Canzoi – Dolomiti Fassane – Pale di San Martino – Fiera di Primiero
Guida illustrata destinata agli appassionati delle due ruote ma anche a tutti coloro che vogliono avvicinarsi per la prima volta al mondo della mountain bike. 26 suggestivi itinerari corredati di mappa dettagliata, altimetria, informazioni su difficoltà, lunghezza, dislivello e durata del percorso. A seguire anche una descrizione minuziosa del tragitto con suggerimenti e, talvolta, “deviazioni” per i più esperti.
Ideata nel 1908, fondata nel 1913 e poi operativa dall’inizio del 1914, in breve tempo la Cassa di Risparmio della Marca Trivigiana è divenuta la principale banca pubblica nella provincia di Treviso. Secondo i propositi dei fondatori, la CRMT superò il modello precedentemente sperimentato in Treviso con la Cassa di Risparmio ottocentesca, abbandonando la dimensione cittadina, per assumere invece come ambito delle sue operazioni l’intera provincia, per andare poi anche oltre. L’istituto è sorto all’interno dell’antico Monte di Pietà, ma divenne rapidamente autonomo da esso, sapendo cogliere le opportunità del momento economico dell’anteguerra, ponendosi a sostegno dell’imprenditoria della Marca, per divenire un valido sostegno alle iniziative economiche locali. Questo studio ne approfondisce prevalentemente gli aspetti storico-istituzionali, pur senza ignorare quelli economici e finanziari, privilegiando l’analisi delle dinamiche sociali e amministrative. Nella sua complessa storia, la Cassa di Risparmio trevigiana si è costantemente relazionata alla società trevigiana, sostenendone lo sviluppo civile ed economico. Nel percorso lungo tutto il ’900 essa ha attraversato vicende positive e fasi critiche, in contesti cronologici di grande interesse. Oltre ai compiti istituzionali rivolti verso i settori produttivi, attraverso la distribuzione degli utili destinati alla beneficenza la Cassa di Risparmio trevigiana si è qualificata per il sostegno dato a iniziative umanitarie, sociali e culturali della società locale. L’operatività della Cassa di Risparmio della Marca Trivigiana è giunta a conclusione formale nel 2002, in seguito alla sua fusione per incorporazione in Unicredito Italiano S.p.A.
In Perugia, «ieri alle ore 7 ha improvvisamente cessato di vivere il Dott. Raimond van Marle di anni 48». Così il necrologio, pubblicato dal “Giornale d’Italia” del 19 novembre 1936 e dettato dalla moglie e dalla figlia, che annunciavano per l’indomani i funerali e l’inumazione nel cimitero locale di San Marco. Poco più di mezzo secolo dopo, nella frazione Pozzale di Pieve di Cadore, la rimozione dei ruderi di una costruzione, che l’immaginario popolare aveva denominato “Tomba dell’Ebreo”, metteva alla luce l’effettiva presenza di una misteriosa sepoltura. Le pagine di questo volume, nel momento in cui intendono rendere omaggio ad uno dei più geniali storici dell’arte del Novecento, svelano – a capo di ricerche pazienti nei più svariati archivi e biblioteche pubblici e privati – come i due episodi siano indissolubilmente legati da un intreccio sconcertante, che mescola amor coniugale e sogno dal “plat pays” delle vertiginose vette dolomitiche; arroganza del Potere e adulazione cortigiana; servizi segreti e burocrazia fascista; ospitalità montanara e miserie del “particulare”; leggi razziali e paura dell’“altro”. La straordinaria scrittura di Lionello Puppi riesce in un unico volume a ricostruire un’avvincente vicenda che sembra quasi un giallo romanzesco e a regalarci al tempo stesso una magistrale lezione di metodo di ricerca.
Il secondo volume dei Percorsi veneziani nel Mediterraneo ci accompagna tra le coste ed i porti dell’Asia Minore in luoghi misteriosi e lontani che sono stati parte integrante di uno “spazio veneto-veneziano”; l’itinerario meridionale (che completa il precedente dedicato alla parte settentrionale) si snoda lungo le coste anatoliche del Mar Egeo e del Mar Bianco (Mar Mediterraneo meridionale), da Babakale a Alessandretta (Iskenderun).
Uno sguardo attento alle architetture civili, alle fortificazioni e alle strutture portuali militari, infatti, lascia intravvedere continui richiami all’arte e alla cultura della civiltà veneta.
Furono gli intensi rapporti diplomatici e commerciali a tessere la rete che collega Venezia alle terre dell’attuale Turchia, creando uno scambio di espressioni artistico-culturali, di memorie e tradizioni, di problemi e strategie condivise da questi Paesi affacciati sul mare, apparentemente così diversi ed in continua contrapposizione.
Quest’opera intende dunque riscoprire e valorizzare il costante dialogo tra Occidente ed Oriente ed offrire nuove prospettive di comprensione e studio del nostro straordinario passato.
Scorrendo queste pagine ricche di immagini e di suggestioni si può chiudere quel cerchio di relazioni commerciali, economiche, culturali, ma soprattutto umane, che nella stessa Venezia trovano nel “Fontego dei Turchi” il loro punto terminale.
“Questa non è una tavola” avrebbe detto René Magritte.
E in effetti, le Tavole Fiorite sono il racconto di passeggiate in campagnae nei boschi, fatte con lo sguardo dei bambini che tornano a casa carichi dei loro tesori: fiori, bacche, legni e piccoli frutti. Sono questi elementi semplici, sapientemente combinati, a rendere più preziosa qualunque tavola. Perché le mele mutano in gnomi segnaposto, il muschio diventa un vaso, i fiori si trasformano in tovaglie, e l’attesa si fa dolce.