Il volume ripercorre il lungo lavoro di ricerca e testimonianza del fotografo cadorino Vito Vecellio, tracciandone lo sguardo e le traiettorie di indagine maturate in oltre quarant’anni di attività. Attraverso un’accurata selezione di immagini analogiche in bianco e nero, sviluppate in camera oscura con tecnica tradizionale, il libro indaga i temi centrali della sua opera: il paesaggio dolomitico, la memoria storica, la vita in quota e il legame con la comunità. Dalla luce tersa delle cime del Cridola ai dettagli della vita quotidiana, ne emerge uno sguardo autentico, schietto e profondamente partecipe, rivolto a una montagna che resiste alle sfide della modernità e dello spopolamento.
L’introduzione di Luigi Carrai ne ricostruisce le radici storiche e culturali — dai soggiorni dei grandi poeti alle visite dei Papi —, mentre il saggio di Matteo Da Deppo ripercorre la ventennale esperienza di Lorenzago Aperta, cantiere di rigenerazione artistica e sociale. La luce di Lorenzago è un’opera di memoria collettiva e di identità territoriale, un invito a riscoprire il valore profondo delle proprie radici.
Storia del girasole che voleva vedere la Luna è una fiaba senza tempo, corredata da immagini che travalicano il campo dell’illustrazione per approdare al piano dell’Arte. Il racconto, ambientato nella natura, è un viaggio nel meraviglioso dell’infanzia, luogo bellissimo che è dentro ciascuno di noi, popolato di poesia e mistero, allegria e profondità, dove anche i sogni impossibili diventano possibili attraverso l’amicizia e la forza dell’immaginazione. La storia ha per protagonisti fiori e animali che parlano e si muovono in un mondo fantastico di prati e giardini. Là dove la fantasia narrativa della scrittrice ha creato con parole poetiche vicende coinvolgenti e personaggi ben definiti nella caratterizzazione anche psicologica, la fantasia immaginifica e il sensibile ed estroso pennello della pittrice hanno saputo interpretarli, dando loro forma e vita, concretezza e movimento, rendendoli unici e indimenticabili.
È questa una storia senza età, una bella storia per tutte e per tutti.
Verso un mare che non ho visto è un libro che racconta il viaggio come esperienza di attraversamento più che come ricerca di una meta. Seguendo il corso di alcuni fiumi europei (dalla Drava al Danubio, dalla Sava fino ai bacini della Vistola), Manuel Canelles costruisce una geografia intima e aperta, dove il paesaggio sfugge alla descrizione e si offre come spazio di immaginazione, memoria e possibilità. Le sue immagini, segnate dall’imprevisto, dalle sfocature e dalle fragilità della materia fotografica, invitano a un modo diverso di guardare: non per possedere il mondo, ma per abitarne l’incertezza. Ne emerge una cartografia poetica dell’Europa, in cui i confini si dissolvono e il senso del viaggio risiede nell’atto di camminare stesso, verso un mare che rimane sempre all’orizzonte.
Towards a Sea I’ve Never Seen is a book that approaches travel as an experience of passage rather than a search for a destination. Following the course of several major European rivers, from the Drava to the Danube, from the Sava to the basins of the Vistula, Manuel Canelles creates an intimate and open geography in which the landscape resists description and becomes a space for imagination, memory, and possibility. Marked by chance encounters, blur, and the fragility of the photographic medium, his images invite a different way of seeing: not to possess the world, but to inhabit its uncertainty. What emerges is a poetic cartography of Europe, where borders dissolve and the meaning of the journey lies in the act of passage itself, towards a sea that remains on the horizon.
La spedizione del volume sarà disponibile a partire da lunedì 24 agosto.
Shipping of the volume will be available starting on Monday, August 24th.
Ogni artista lascia al pubblico la propria opera. Della vita e della carriera del pittore veneziano Giuseppe Gambino molto è stato scritto; questo libro sceglie invece la via della memoria personale. Attraverso i ricordi dell’infanzia e della vita familiare, l’autrice restituisce il ritratto del padre artista, ma anche quello della madre, compagna del suo percorso umano e creativo. Ne emerge un racconto intimo, fatto di episodi quotidiani, ricordi di famiglia e testimonianze di amici e persone che hanno condiviso con loro un tratto di strada. Sono frammenti di vita, dettagli a volte apparentemente minori, che acquistano valore perché rivelano il clima affettivo, le relazioni e le esperienze da cui ha preso forma non solo l’opera artistica, ma anche la storia della sua famiglia.
Un racconto che conserva e tramanda una memoria preziosa, affidando ai ricordi il compito di restituire ciò che le opere, da sole, non possono raccontare.
Pastori. Sguardi contemporanei tra il Lagorai e la pianura presenta una selezione di sessanta ritratti di pastori che, dalla catena montuosa del Lagorai, conducono il gregge verso la pianura veneta e friulana, seguendo il corso del Piave, del Monticano e del Livenza. Le fotografie sono state realizzate nell’arco di circa vent’anni. Il pastore nomade è una figura ricca di richiami storici, letterari e religiosi. La sua attività accomuna culture e territori del Mediterraneo, dell’Asia e delle regioni artiche. Nel suo incessante andare raccoglie e trasmette notizie, intreccia relazioni con le persone incontrate lungo la transumanza, interpreta i segni del tempo, conosce profondamente la natura ed è testimone privilegiato delle trasformazioni del paesaggio.
L’osservazione dei ritratti rivela non solo la condizione del pastore, ma anche il suo tenace attaccamento alla vita e, insieme, la fragilità dell’esistenza. Attraverso questi volti la fotografia restituisce una dimensione universale dell’esperienza umana, trasformandosi in memoria visiva ed archivio per le generazioni.
FRAGMENTA è una rivista annuale di studi e ricerche di scienze storicoartistiche e archeologiche che raccoglie contributi inediti inerenti alla storia dell’arte, all’architettura, all’archeologia, al restauro e all’economia dei beni culturali su Treviso e il suo territorio. Il quinto numero viene consegnato ai lettori e alla comunità scientifica in un momento di particolare solennità per il recente accreditamento della rivista come pubblicazione Scientifica e di Classe A in Area 10 e 10/B1 ai fini dell’Abilitazione Scientifica Nazionale da parte dell’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca).
Il nuovo numero si apre con un’analisi inedita dei raffinati ed eleganti personaggi dipinti da Paolo Veronese nelle stanze di villa Barbaro a Maser: Michele Vello osserva qui i celebri affreschi, attraverso la lente della Storia del costume. Segue un nuovo sguardo sulle opere di Giorgione: partendo dal fregio orientale dell’antica casa Marta di Castelfranco, Gianluca Poldi avvalendosi di indagini a riflettografia infrarossa analizza il fregio e altre opere dell’artista, riuscendo a sciogliere dubbi e apportando importanti informazioni in merito all’enigmatico pittore. La storia dell’architettura è presente con Lucio De Bortoli che, sulla base di una ricca documentazione archivistica e di fonti cartografiche, fa luce su Villa Mora di Montebelluna. Igino Marangon e Steno Zanandrea ci portano, invece, nel centro storico di Treviso per restituire, attraverso la narrazione supportata da un ricco corredo fotografico e elaborati grafici, palazzo Moretti, manufatto oggi sacrificato da infelici scelte urbanistiche ma che vanta un passato di grande splendore. Si resta in città con Carolina Pupo che analizza il programma urbanistico e gli interventi architettonici effettuati a Treviso all’indomani della Grande guerra, concentrandosi sugli anni Venti del Novecento quando il processo di reinvenzione e reinterpretazione in senso storicista degli stilemi del passato raggiunge la sua massima espressione. Il saggio di Roberta e Silvia Rizzato restituisce un nuovo profilo del collezionista trevigiano Nando Salce, analizzando le lettere presenti nel suo archivio documentale e mettendole in relazione con quelle presenti nel Fondo Sagot-Le Garrec di Parigi e in quello Lluis Plandiura di Barcellona. Un altro certosino lavoro di archivio ha visto impegnato Massimo Della Giustina che pubblica il registro di scritture e progetti inerenti le vicende storico-artistiche dell’abbazia di Follina nel periodo 1600-1755, offrendo nuovi dettagli e puntali riscontri sugli artisti, la loro opera e la committenza. Chiude la rivista il contributo di Alessio Berna, Patrizio Collatuzzo e Miro Graziotin con una restituzione delle vicissitudini che hanno interessato l’attuale Villa dei Cedri a Valdobbiadene: dall’insediamento dell’attività serica fino all’attuale restauro che ha convertito l’edificio a spazio espositivo.
Un lavoro dedicato all’area compresa tra la pedemontana del Grappa, il versante Sud dei colli asolani, il Piave di Pederobba e la Piana d’Oriente, definita da Giovanni Comisso “la più bella valle del mondo”, documentando lo stato del paesaggio alto trevigiano attraverso i linguaggi della scrittura e della fotografia. L’incontro tra fotografia e racconto è corroborato da una specie di intervista corale alle persone che abitando quei luoghi quotidianamente. Gli autori si sono incamminati dentro le pieghe del paesaggio in cui convivono i discendenti di Pasino Canova e le odierne pulsioni postmoderne: il silenzio delle valli e il rumore del mondo; la luce squillante e gli anfratti delle sorgive; la Storia e la cronaca dai più solitari colmelli; le cave e le vigne; le ville cadenti e l’antica Piovega… Nei recessi più solitari tra Asolo e il Grappa, a captare le voci dei bisnenti che tra il Brenta e il Piave al cospetto del monte han saputo resistere conservando per se stessi e per il mondo uno dei luoghi più belli che si possano immaginare.
Una raccolta che racchiude non solo la storia economica di una città, ma soprattutto la vita e la passione di chi, giorno dopo giorno, ha contribuito a costruire il tessuto sociale e umano della comunità trevigiana. Questo libro è il risultato di un lavoro corale, fatto di memoria, di dedizione e di amore per il proprio territorio. Un progetto nato dalla tenacia di Giorgio Bughetto, che con instancabile entusiasmo ha raccolto testimonianze, fotografie, racconti e ricordi, restituendoci un patrimonio prezioso che rischiava di andare perduto.
Sfogliando queste pagine si percepisce il valore autentico del commercio di prossimità: dietro ogni insegna, ogni vetrina, ogni bancone c’è una storia di coraggio, di fiducia nel futuro. Sono storie di donne e uomini che, ben oltre la dimensione economica, con il loro lavoro hanno dato vita a relazioni, amicizie e legami.
Siamo nei boschi della Val di Fiemme. Nell’aria il profumo inconfondibile della natura. Il legno dei pini silvestri, le erbe di montagna, le foglie umide del sottobosco.Alessandro Gilmozzi, chef stellato, originario e abitante di Cavalese in Trentino ha una grande sensibilità per il suo territorio, frequentatore assiduo del bosco, dei pascoli, dei prati; lui stesso ama citare il poeta Henry David Thoreau: “perdersi nei boschi, in qualsiasi momento, è un’esperienza sorprendente e memorabile, e insieme preziosa”. In questo volume accompagna il lettore in una passeggiata sensoriale con la sua cucina, intrisa di amore e rispetto per la montagna, dove la tradizione secolare di ricette antiche si incontra con la ricerca scientifica e tecniche d’autore a servizio dell’innovazione. Lo chef Gilmozzi fa proprio il linguaggio delle Dolomiti e racconta, attraverso il gusto e l’olfatto, la poesia di paesaggi incantati, dove trovano posto centinaia di erbe, fiori, frutti, bacche, funghi, germogli, radici, cortecce, resine, muschi, licheni, linfe e umori.
Questo volume propone una lettura, volutamente libera da narrazioni codificate, di un momento storico unico. In questo periodo straordinario, tra il 1960 e il 1990, un gruppo di architetti, ciascuno con il proprio linguaggio – pur accordato su una tonalità comune appresa all’Università di Architettura di Venezia – ha segnato un nuovo metodo di essere professionisti. Attraverso l’architettura e il design, hanno anticipato una multidisciplinarietà, adottando un approccio quasi umanistico. Ne sono scaturiti segni indelebili sul territorio, tanto trevigiano quanto internazionale, anche sul piano culturale e del metodo di lavoro, delineando un’eredità ancora viva e rilevante.