L’Ateneo di Treviso, in collaborazione con il Comune di Treviso e gli Archivi Statali Cechi di Brno e Rokycany, sotto gli auspici dell’odierna famiglia dei Principi di Collalto e San Salvatore, propone al pubblico una mostra dedicata alla millenaria storia dei Collalto e al recupero della memoria documentaria della famiglia.
Il volume che la accompagna ripercorre la storia della nobile famiglia Collalto che si affacciò alla storia della Marca Trevigiana fin dal secolo X, investita dell’ufficio di Conti di Treviso quali vicari del Sacro Romano Imperatore. Questa grande Storia, trevigiana ed europea, trovava diretto riscontro soprattutto nello straordinario archivio familiare, conservato fino al 1917 nel Castello di San Salvatore. I rarissimi diplomi imperiali originali vi erano stati studiati e pubblicati fin dal secolo XVIII da Ludovico Antonio Muratori. Solo nel 1985 la presenza di quel tesoro documentario, ‘in salvo’ presso l’Archivio Statale Moravo di Brno, così come altri documenti collaltini anch’essi avventurosamente giunti nell’Archivio Statale del Distretto di Rokycany, fu resa nota dall’Ateneo di Treviso attraverso la pubblicazione di un primo saggio del prof. Pierangelo Passolunghi.
Oggi l’indagine storico-scientifica di quell’ingente patrimonio è molto avanzata e assume soprattutto il significato di un commovente “ritorno a casa”, sia pure virtuale: il millenario “filo della Storia” insperatamente recuperato, nonostante le dolorose traversie novecentesche della Storia stessa.
Sono entrato in fabbrica come si entra in un museo.
Per oltre un anno, tra il 2024 e 2025, gli stabilimenti del Nordest sono stati il luogo di una ricerca fotografica dedicata agli spazi della produzione contemporanea. Ne emerge il ritratto della fabbrica contemporanea: non più la monumentalità della grande industria novecentesca, ma un paesaggio di precisione, fatto di robot, linee automatizzate, magazzini verticali e dispositivi complessi, dove il lavoro umano non scompare ma si concentra nel controllo, nella regolazione, nell’intervento sul dettaglio.
Il volume è la quarta tappa di un’ampia ricerca dedicata ai paesaggi del Nordest. Attraverso uno sguardo rigorosamente frontale, il libro invita a guardare gli spazi della produzione non soltanto come luoghi dell’economia, ma come architetture della luce, della tecnica e della percezione.
Memory Foam nasce da un articolato apparato iconografico e documentario costituito da archivi pubblici e privati, fotografie familiari, materiali raccolti da Santina Pompeo nei territori del Vajont. L’intero progetto prende forma intorno alla tragedia provocata dalla frana del Monte Toc che, nella notte del 9 ottobre 1963, precipitò nel bacino artificiale della diga, generando un’onda che cancellò interi paesi e provocò oltre millenovecento vittime. Il Vajont rappresenta uno dei traumi fondativi della memoria civile italiana. Le sue conseguenze hanno attraversato le generazioni, coinvolgendo non soltanto chi ne fu direttamente colpito, ma anche quanti hanno conosciuto quella vicenda attraverso il racconto, le immagini e la memoria collettiva.
Il progetto si sviluppa attraverso una successione di dittici che accostano fotografie contemporanee e immagini d’archivio. Qui la fotografia custodisce questa duplice natura: celebra la vita e, nello stesso tempo, ne testimonia l’inevitabile scomparsa.
As wildfires of an extent and intensity unimaginable until just a few years ago occur on a daily basis and all over the world, seeming to announce an imminent apocalypse, as volcanic eruptions, as spectacular as they are destructive, threaten to engulf inhabited centres and devastate the activities of entire regions and the lives of many people – to propose a different approach to fire, as this volume does, might seem oddly provocative. It certainly represents a challenge, because fire is a constant presence in the environment in which we live and it cannot be excluded, or worse still, demonised: one only needs to think of all the aspects of life on Earth that depend on fire, of the profound bond that ties us to this element from which derives much if not all of what we know and of our civilisation; think too, of course, of the role fire has always played in governing and caring for landscapes.
However, against a backdrop in which human behaviour is once again questionable, this book is an invitation to engage with the element of fire as it relates to the Earth and all its inhabitants, taking account of its ecology, reviving traditional forms of expertise and practice in an inventive, creative way, and doing so with the use of energy sources other than combustible fuels.
Our aim is to nurture a new (or perhaps old) approach founded on a principle of coexistence, not on forms of opposition, with a view to developing landscape planning and stewardship perspectives that are relevant and applicable to the present.
Il catalogo della mostra Italia Settanta. La creatività come antidoto. Arte Moda Design (Palazzo Attems Petzenstein, Gorizia) rimanda all’affascinante e fitto dialogo tra i diversi linguaggi creativi — Arte, Moda e Design — mettendone in luce le affinità e le reciproche influenze sullo sfondo di un’epoca segnata da radicali mutamenti economici, politici e culturali. Gli anni Settanta si distinguono per la straordinaria pluralità dei linguaggi artistici e per il venir meno di una direzione unitaria della ricerca. Il decennio ridefinisce profondamente i modelli del fare artistico: dagli echi della stagione Pop e delle ricerche degli anni Sessanta fino a pratiche che anticipano le sensibilità degli anni Ottanta, evidenziando continuità e trasformazioni all’interno di un quadro non lineare. Mentre design e moda si concentrano sulla dimensione della quotidianità e della funzione, l’arte sviluppa percorsi orientati alla sperimentazione di nuovi linguaggi e alla definizione di modelli espressivi in costante mutamento. Milano si consacra come nuova capitale della moda e i grandi interpretine sono da esempio: Roberto Capucci, Missoni, Giorgio Armani, Elio Fiorucci. Il design attraversa una stagione di eccezionale vitalità formale. Questa spinta iconoclasta convive con il design industriale più puro e rigoroso, attento alla tecnologia e alla funzionalità dell’ufficio e della casa. Tra i nomi Mario Bellini per Olivetti, Ettore Sottsass jr, Joe Colombo, Vico Magistretti, Achille Castiglioni, Richard Sapper e Gae Aulenti. In contrapposizione a questa dimensione industriale, si palesa il desiderio di un ritorno alla natura, all’autoproduzione e all’uso di materiali poveri, come testimoniano i progetti di Enzo Mari e di Mario Ceroli. Questo ricco intreccio di storie, visioni e oggetti indimenticabili, si propone non solo come un esercizio di memoria storica, ma come una chiave di lettura fondamentale per comprendere le radici della nostra contemporaneità.
Tiziano Vecellio nasce a Pieve di Cadore ( Belluno) fra il 1485 e il1490, muore nell’agosto 1576, mentre a Venezia infuria un’epidemia di peste. La vita e l’opera di Tiziano sono tratteggiate, in questo libro breve ed intenso, in forma limpida ed essenziale. L’autore riesce a cogliere, attraverso la pittura del grande artista e l’analisi dei suoi rapporti familiari, il segreto di una personalità ricca, complessa ed affascinante.
Antonio Chiades (Treviso 1940), giornalista e scrittore, è autore di libri a prevalente carattere biografico, dedicati in particolare a figure di artisti e al rapporto di amore e amicizia intercorso fra Ugo Foscolo e Isabella Teotochi Albrizzi.
Giovanni Carlo Federico Villa (Torino 1971), direttore di Palazzo Madama di Torino e presidente dell’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo, è docente di Storia dell’Arte Moderna all’Università degli Studi di Bergamo.
«Le radici dell’Officina Zanon affondano nella tradizione artigianale veneziana della lavorazione dei metalli. La sua storia è quella di una bottega che per decenni ha operato all’interno della vita ordinaria della città, costruendo cancellate, inferriate, parapetti, serramenti, scale, ferramenta e una quantità di manufatti destinati ad accompagnare l’esistenza quotidiana degli edifici. È un aspetto che merita di essere sottolineato. Le competenze che resero possibile la collaborazione con Scarpa non nacquero nei suoi cantieri. Si formarono molto prima, attraverso una pratica continua, spesso anonima, raramente celebrata. Furono il risultato di centinaia e centinaia di lavori che nessuna rivista avrebbe mai pubblicato e che nessuno storico avrebbe pensato di studiare». (dalla postfazione di Francesco Dal Co)
«The roots of Officina Zanon lie in the Venetian artisanal tradition of metalworking. Its history is that of a bottega which, for decades, operated within the ordinary life of the city, making gates, railings, parapets, window and door frames, stairs, ironmongery and a multitude of objects destined to accompany the everyday existence of buildings. This is an aspect worth underlining. The skills that made the collaboration with Scarpa possible were not born on his building sites. They had been formed much earlier, through a continuous practice, often anonymous, rarely celebrated. They were the result of hundreds upon hundreds of works that no magazine would ever have published and that no historian would have thought to study». (from the afterword by Francesco Dal Co)
Il volume ripercorre il lungo lavoro di ricerca e testimonianza del fotografo cadorino Vito Vecellio, tracciandone lo sguardo e le traiettorie di indagine maturate in oltre quarant’anni di attività. Attraverso un’accurata selezione di immagini analogiche in bianco e nero, sviluppate in camera oscura con tecnica tradizionale, il libro indaga i temi centrali della sua opera: il paesaggio dolomitico, la memoria storica, la vita in quota e il legame con la comunità. Dalla luce tersa delle cime del Cridola ai dettagli della vita quotidiana, ne emerge uno sguardo autentico, schietto e profondamente partecipe, rivolto a una montagna che resiste alle sfide della modernità e dello spopolamento.
L’introduzione di Luigi Carrai ne ricostruisce le radici storiche e culturali — dai soggiorni dei grandi poeti alle visite dei Papi —, mentre il saggio di Matteo Da Deppo ripercorre la ventennale esperienza di Lorenzago Aperta, cantiere di rigenerazione artistica e sociale. La luce di Lorenzago è un’opera di memoria collettiva e di identità territoriale, un invito a riscoprire il valore profondo delle proprie radici.
Storia del girasole che voleva vedere la Luna è una fiaba senza tempo, corredata da immagini che travalicano il campo dell’illustrazione per approdare al piano dell’Arte. Il racconto, ambientato nella natura, è un viaggio nel meraviglioso dell’infanzia, luogo bellissimo che è dentro ciascuno di noi, popolato di poesia e mistero, allegria e profondità, dove anche i sogni impossibili diventano possibili attraverso l’amicizia e la forza dell’immaginazione. La storia ha per protagonisti fiori e animali che parlano e si muovono in un mondo fantastico di prati e giardini. Là dove la fantasia narrativa della scrittrice ha creato con parole poetiche vicende coinvolgenti e personaggi ben definiti nella caratterizzazione anche psicologica, la fantasia immaginifica e il sensibile ed estroso pennello della pittrice hanno saputo interpretarli, dando loro forma e vita, concretezza e movimento, rendendoli unici e indimenticabili.
È questa una storia senza età, una bella storia per tutte e per tutti.
Verso un mare che non ho visto è un libro che racconta il viaggio come esperienza di attraversamento più che come ricerca di una meta. Seguendo il corso di alcuni fiumi europei (dalla Drava al Danubio, dalla Sava fino ai bacini della Vistola), Manuel Canelles costruisce una geografia intima e aperta, dove il paesaggio sfugge alla descrizione e si offre come spazio di immaginazione, memoria e possibilità. Le sue immagini, segnate dall’imprevisto, dalle sfocature e dalle fragilità della materia fotografica, invitano a un modo diverso di guardare: non per possedere il mondo, ma per abitarne l’incertezza. Ne emerge una cartografia poetica dell’Europa, in cui i confini si dissolvono e il senso del viaggio risiede nell’atto di camminare stesso, verso un mare che rimane sempre all’orizzonte.
Towards a Sea I’ve Never Seen is a book that approaches travel as an experience of passage rather than a search for a destination. Following the course of several major European rivers, from the Drava to the Danube, from the Sava to the basins of the Vistula, Manuel Canelles creates an intimate and open geography in which the landscape resists description and becomes a space for imagination, memory, and possibility. Marked by chance encounters, blur, and the fragility of the photographic medium, his images invite a different way of seeing: not to possess the world, but to inhabit its uncertainty. What emerges is a poetic cartography of Europe, where borders dissolve and the meaning of the journey lies in the act of passage itself, towards a sea that remains on the horizon.