Siamo nei boschi della Val di Fiemme. Nell’aria il profumo inconfondibile della natura. Il legno dei pini silvestri, le erbe di montagna, le foglie umide del sottobosco.Alessandro Gilmozzi, chef stellato, originario e abitante di Cavalese in Trentino ha una grande sensibilità per il suo territorio, frequentatore assiduo del bosco, dei pascoli, dei prati; lui stesso ama citare il poeta Henry David Thoreau: “perdersi nei boschi, in qualsiasi momento, è un’esperienza sorprendente e memorabile, e insieme preziosa”. In questo volume accompagna il lettore in una passeggiata sensoriale con la sua cucina, intrisa di amore e rispetto per la montagna, dove la tradizione secolare di ricette antiche si incontra con la ricerca scientifica e tecniche d’autore a servizio dell’innovazione. Lo chef Gilmozzi fa proprio il linguaggio delle Dolomiti e racconta, attraverso il gusto e l’olfatto, la poesia di paesaggi incantati, dove trovano posto centinaia di erbe, fiori, frutti, bacche, funghi, germogli, radici, cortecce, resine, muschi, licheni, linfe e umori.
Questo volume propone una lettura, volutamente libera da narrazioni codificate, di un momento storico unico. In questo periodo straordinario, tra il 1960 e il 1990, un gruppo di architetti, ciascuno con il proprio linguaggio – pur accordato su una tonalità comune appresa all’Università di Architettura di Venezia – ha segnato un nuovo metodo di essere professionisti. Attraverso l’architettura e il design, hanno anticipato una multidisciplinarietà, adottando un approccio quasi umanistico. Ne sono scaturiti segni indelebili sul territorio, tanto trevigiano quanto internazionale, anche sul piano culturale e del metodo di lavoro, delineando un’eredità ancora viva e rilevante.
Totem che sfidano la gravità, paraventi che sembrano scritte in un alfabeto dimenticato, lampade e specchi, oggetti che paiono respirare al solo tocco della luna: opere uniche o in edizione limitata realizzate da Antonio Marras nelle officine De Castelli. Un instant book che racconta la creatività di Marras e la sua speciale interpretazione dei metalli e delle finiture dell’azienda dando forma a una mostra allestita nella gallery milanese De Castelli. Un intreccio di mito e materia, forza e arte, in un percorso guidato da istinto e da una visione quasi archetipica: quella di Efesto, dio del fuoco e della metallurgia, capace di forgiare il caos e trasformarlo in bellezza. Grandi figure, simili a guardiani, invitano a varcare la soglia. All’interno, altri personaggi prendono vita negli arredi: elementi che contengono, illuminano, sostengono e riflettono si uniscono in un ensemble dalla forte matrice artistica, costruendo un ambiente sospeso, denso di suggestioni.
Il progetto di Antonio Marras conferma e rafforza questo percorso, dando forma a oggetti narrativi in cui arte e design si fondono.
Topophilia The Carlo Scarpa Prize for Gardens: places, writing and encounters offers a concise account of the over thirty-year history of the International Carlo Scarpa Prize for Gardens, a Prize that has the unique feature of being dedicated to a ‘place’ and is supported by resolute research work involving in-depth study, travel and in-field exploration that sometimes leads to quite unexpected encounters.
Although steered by a set of regulations and a clear-cut methodological approach, the Prize emerges here as an appraisal in progress, which, as revealed in the early pages of the book, gives prominence to words such as peregrination, topophilia and discovery. The geographical range of the places awarded the Prize between 1990 and 2024, in and well beyond Europe, is apparent from the selection of texts drawn from the citations written by the jury for each place designated, describing its principal characteristics and explaining why it was chosen, together with illustrations that evoke its distinctive features. The book unfolds as a sort of travel diary that from the beginning takes the form of a collective discussion, an exchange of insights provided by necessarily diverse disciplines, deliberately brought together to stimulate dynamic research in the field of landscape studies and constantly to challenge the sense of the word ‘garden,’ which the name of the Prize conserves and nurtures as an evolving concept.
Topofilia. Luoghi, scritture, incontri del Premio Carlo Scarpa per il Giardino presenta, in sintesi, l’esperienza più che trentennale del Premio Carlo Scarpa, premio che possiede la singolarità di essere dedicato a un luogo, e che per questo è caratterizzato da un paziente lavoro di ricerca, fatto di approfondimenti, viaggi, esplorazioni sul campo. Legato a un regolamento e a un preciso metodo di lavoro, questo premio si presenta come una lunga riflessione viva e feconda, dalla quale emergono, come si legge in particolare nei saggi della prima parte del libro (I. Il Premio Carlo Scarpa), parole e concetti come “peregrinazioni”, “topofilia”, “scoperta”.
Rispetto all’ampio orizzonte geografico che il premio, e dunque questo libro, affronta, dentro e fuori i confini europei dal 1990 in avanti, viene offerta al lettore (parte II. I luoghi del premio, 1990-2024) una selezione di testi, estratti dalle motivazioni scritte a suo tempo dalla giuria, che spiegano il senso della denominazione e della scelta di ogni luogo, i suoi caratteri principali, con immagini capaci di evocarne le peculiarità. Ne viene fuori (in particolare con la parte III. Testimonianze) una sorta di “diario” di un viaggio che si dipana, sin dalle sue prime tappe, in forma di discussione collettiva, incrocio di sguardi, attraversamento di discipline necessariamente diverse, con l’obiettivo di tenere viva la ricerca nel campo del paesaggio e di continuare a interrogare i significati della parola “giardino”, che la titolazione del premio conserva e coltiva in forma di pensiero in divenire, dalla sua “invenzione” nel 1990 (IV. L’invenzione del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, con un lungo saggio di Domenico Luciani).
This collective volume is published to accompany the thirtyfourth International Carlo Scarpa Prize for Gardens, dedicated to Hospitalfield, a place that embodies the hospitality rooted in its history, with newly inhabited spaces, carefully tended gardens and programmes devoted to contemporary art and education, proud both of its place in the Scottish landscape and the welcome it extends to its inhabitants and of belonging to the international milieu that witnessed its birth and continues to support it.
Founded on the east coast of Scotland by a monastic community at the beginning of the 13th century, Hospitalfield is now an ‘artists’ house’, an evolving project in which the confines between nature and art, architecture and landscape intertwine and are exploited through the active involvement of artists and local inhabitants exploring new instruments and modes of expression. Faithful to the vision of its founder, the nineteenth century artist Patrick Allan-Fraser, Hospitalfield is now run by the Patrick Allan-Fraser of Hospitalfield Trust, with Lucy Byatt, its director since 2012. Key roles in the recent renovation of the gardens and buildings of Hospitalfield have been entrusted to the landscape designer Nigel Dunnett and the Caruso St John Architects practice; equally central to the life of the place is the involvement of an enthusiastic team of volunteers, the constant presence of artists and the dynamic exchanges between the various communities that animate it on a permanent or occasional basis.
Si tratta di un volume collettivo, pubblicato per la trentaquattresima edizione del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, dedicato a Hospitalfield, un luogo che ricava dalla sua storia il senso dell’accoglienza e dell’ospitalità, con i suoi spazi rinnovati e nuovamente abitati, i suoi giardini coltivati, i programmi rivolti all’arte contemporanea e all’educazione, in un clima di forte appartenenza sia al paesaggio scozzese e ai suoi abitanti, sia al contesto internazionale che lo ha visto nascere e lo sostiene.
Fondato sulla costa orientale della Scozia, nella regione dell’Angus, all’inizio del secolo XIII dalla comunità monastica benedettina di Arbroath, Hospitalfield è oggi una residenza artistica, un progetto in divenire nel quale i confini tra natura e arte, architettura e paesaggio si compenetrano e vivono del coinvolgimento attivo di artisti e abitanti, sperimentando nuovi strumenti progettuali e nuovi linguaggi, in linea con la vocazione all’arte che caratterizza questo luogo dall’Ottocento, per opera dell’artista Patrick Allan-Fraser, e tuttora gestito dal Patrick Allan-Fraser of Hospitalfield Trust, con la guida di Lucy Byatt, direttrice dal 2012. Ruolo centrale nei recenti interventi di rinnovo dei giardini e delle architetture del luogo hanno avuto in particolare il paesaggista Nigel Dunnett e lo studio di architettura Caruso St John Architects; così come centrale per la vita del luogo è il coinvolgimento di volontari appassionati e la continua presenza di artisti, nonché gli scambi continui tra le varie comunità che lo abitano e lo attraversano.
Il libro “Messaggero Veneto: La voce della comunità (1946-2026)” celebra gli ottant’anni dello storico quotidiano friulano, ripercorrendone la traiettoria come “giornale di frontiera” e pilastro identitario della regione. Attraverso testi curati da Roberto Chiarini ed Elena Pala, si documenta l’evoluzione di una testata testimone dei grandi mutamenti del Friuli, dal boom economico alla rivoluzione digitale. Un fulcro centrale è dedicato al terremoto del 1976, momento in cui il giornale si fece “centro di gravità” per la comunità, sostenendo l’orgoglio del “modello Friuli” durante la ricostruzione. Il racconto approda alla storia recente con l’ingresso nel Gruppo NEM (Nord Est Multimedia), segnando una nuova fase di sviluppo industriale. L’opera si distingue per un’originale veste editoriale: non è composta da pagine tradizionali, ma da folder da aprire, che invitano il lettore a un’esplorazione tattile della memoria. Questa struttura riflette la natura della moderna comunità multimediale del MV, capace di integrare radici storiche e linguaggi digitali in un dialogo costante con il territorio.
Il volume è pubblicato in occasione della prima retrospettiva dedicata a Giancarlo Zen (Firenze, 1929 – Padova, 2020). I saggi storico-critici, l’ampia documentazione visiva delle opere, l’antologia dei testi dell’artista e dei primi interpreti permettono di ricostruire l’intero arco della ricerca creativa di Zen, testimoniandone tutto il rigore progettuale. L’opera in copertina e il titolo – La luce fa l’immagine – richiamano il momento in cui il neon riceve quella alterazione che lo “defunzionalizza” facendo scaturire proprietà paradossali e suggestioni figurative. È il potere ironico-immaginativo dell’artista a creare l’illusione che la luce elettrica sia un materiale consistente e manipolabile.
Apertura mostra: Museo Eremitani, Padova, 25 aprile – 13 settembre 2026
Il volume è dedicato ai fossili del comprensorio montano pordenonese conservati al Museo civico di Storia Naturale Silvia Zenari, centro di cultura scientifica e custode di una ricca collezione paleontologica che ad oggi annovera oltre diecimila reperti, rinvenuti per lo più nel territorio regionale. Questo compendio tratta dell’origine geologica e della successione nel tempo delle forme di vita che hanno lasciato traccia tra le rocce lungo un sentiero o nelle lastre lucide di un pavimento antico. L’autore accompagna il lettore in una lunga passeggiata virtuale con un linguaggio semplice, ma rigoroso, e una comunicazione capace di incuriosire i neofiti della paleontologia e di catturare l’attenzione dei più esperti del settore.