Veneto, dove il bello genera qualità

12.07.2015

In un libro la ricerca di due esperti: lo splendido paesaggio dei vigneti migliora la percezione del gusto

«È stato dimostrato che un territorio coltivato a vite ben conservato è in grado di generare emozioni e portare con sé un messaggio che si trasmette in modo inconscio fino alla qualità percepita del vino, confermando in modo statisticamente sorprendente che un vino, quando associato a un bel paesaggio, viene inequivocabilmente preferito allo stesso vino associato a un paesaggio monotono o deturpato».
Ecco perché «nella gestione dei vigneti, la salvaguardia del paesaggio deve diventare nel nostro tempo un fattore strategico, sviluppando modelli culturali capaci di coniugare la tradizione viticola con l’innovazione tecnologica». E la tesi di fondo che Gianni Moriani, ideatore del master in Cultura del cibo e del vino all’Università di Ca’ Foscari, e Diego Tomasi, direttore del Centro di ricerca per la viticoltura di Conegliano, sviluppano nel bel libro "Veneto. Terre e paesaggi del vino" edito da Terra Ferma. E sono soprattutto le fotografie di Cesare Gerolimetto a
colpire e ammaliare: viti verdissime in primavera; rosse in autunno; bianche sotto la neve; filari infiniti sulle colline o in riva ai laghi; attorno ai castelli merlati o distesi accanto alle ville palladiane; poi uva, bianca, scura, rosata, da gustare o dipinta da Tiziano, Veronese, Mantegna.
«Da alcuni anni» spiegano i due autori «si è compresa l’urgente necessità di legare l’immagine del vino al suo territorio e su questo, nelle situazioni più avvertite, si stanno spendendo energie per rendere evidenti e trasparenti le sinergie tra suolo, clima, vitigno, viticoltore e qualità. Ora, il paesaggio può fungere da collante tra queste entità, perché un buon vino ha bisogno di luoghi in cui identificarsi, essendo il suo valore intimamente legato alla qualità dei territori e di conseguenza anche del paesaggio».
II Veneto è la prima regione italiana in quanto a produzione di vino (il vigneto copre circa il 6 per cento del terreno coltivato in pianura e collina), ed è anche territorio «con una singolare ricchezza di paesaggi e la loro bellezza giustifica gli oltre otto milioni di turisti che ogni anno visitano i nostri luoghi» ricordano Moriani e Tomasi, i quali spiegano che le stupende e invidiate scenografie venete prendono origine «dall’indiscusso stretto legame tra attività umana e natura; quest’ultima crea le basi su cui l’uomo nel tempo costruisce i paesaggi». E perché questo rapporto non si interrompa, gli autori del libro hanno un consiglio: «La specializzazione colturale e la meccanizzazione viticola non devono sconsideratamente irrompere nel vigneto, ma cercare di conseguire un giusto equilibrio con la tradizione e la storicità dei luoghi, sapendo che "bel paesaggio" significa sempre più valore aggiunto introiettato nelle produzioni».
Quindi, «nella gestione dei vigneti, la salvaguardia del paesaggio deve perciò diventare nel nostro tempo un fattore strategico, sviluppando modelli colturali capaci di coniugare la tradizione viticola con l’innovazione tecnologica».
"Veneto. Terre e paesaggi del vino" racconta la storia della vite nel Veneto da quando, 50 milioni di anni fa, nell’alta Val d’Alpone già veniva bevuto il vino.
Insomma, nell’età delle palafitte già si produceva. Poi arrivarono i romani, quindi I’interruzione delle invasioni barbariche, quindi la vite ricominciò a fioriere grazie ai monasteri nel Medio Evo; nel Rinascimento la viticoltura diventa "aristocratica" crescendo attorno alle ville di campagna. Infine, dopo le devastazioni di peronospera e filossera dei primi vent’anni armi del Novecento, il via alla viticoltura specializzata e intensiva.

La Tribuna, La Nuova Venezia, Corriere delle Alpi
di Giorgio Cecchetti