Damnatio memoriae

01.11.2014

L’intruso olandese
Lionello Puppi ricostruisce il mistero della sepoltura
di Raimond van Marle

Raffinato protagonista della storia dell’arte europea del Novecento, Raimond van Marle amava ripetere che «non esistono attribuzioni giuste o sbagliate, ma solo stupide o intelligenti», e che «il connoisseur che nega l’importanza della storia è, in genere, persona con cognizioni del tutto incomplete dell’arte stessa».
Alla sua figura è dedicata l’ultima fatica di Lionello Puppi, La tomba dell ‘Ebreo, un libro che narra la storia di un uomo e di uno studioso di prim’ordine. Nato nel 1887 a L’Aia da madre ungherese e padre olandese di antiche origini francesi (era nato infatti a Marle, in Piccardia, da cui il cognome poi trasmesso al figlio), Van Marle si era trasferito a Parigi nel 1906, in una casa in rue Saint-Honoré, a pochi passi dal Louvre.
Qui il giovane studente forestiero avrebbe iniziato a maturare la sua sconfinata passione per l’arte italiana che, dopo il dottorato conseguito ne1 1910 alla Sorbona, lo avrebbe indotto inevitabilmente a trasferirsi nella penisola, a Perugia, nell’estate del 1918.
Nello stesso anno, in cui la moglie Charlotte gli avrebbe dato l’amata figlia Ilona, van Marle iniziava a lavorare all’opus magnum che lo avrebbe letteralmente fagocitato per i restanti diciotto anni di vita, quel capolavoro della storiografia artistica (rimasto incompiuto al diciottesimo volume) che è il Development of the Italian Schools of Painting.
Oltre a tratteggiare le tappe salienti della biografia di Van Marle, il libro di Puppi ricostruisce in modo vivido un aspetto poco noto della sua esistenza, minata, come rivela il certificato di morte, da un difetto cardiaco congenito che ne avrebbe provocato la morte ad appena quarantanove anni, nel pieno della sua maturità di studioso. E minata peraltro dalla diffidenza, quando non da vera e propria ostilità, mostrata nei suoi confronti dall’establishment della storia dell’arte italiana, che sin dai primi anni trascorsi a Perugia avrebbe guardato con sospetto agli studi di quell’intruso olandese; il quale, al pari di molti altri suoi colleghi stranieri, non poteva essere in grado di comprendere appieno la lingua della nostra arte, secondo un’ impietosa quanto infelice battuta di Roberto Longhi. Puppi indaga in particolare sull’insolita presenza di una misteriosa tomba, una sorta di mausoleo situato tra Neve e Pozzale di Cadore, nella località di Arzanie, nota agli abitanti di quelle fiabesche vette dolomitiche come la «tomba dell’Ebreo»: si tratta in realtà della sepoltura di Van Marle, distante centinaia di chilometri da una più prevedibile tomba perugina e della cui travagliata genesi e faticosa esecuzione si occupano le pagine di questo denso volumetto. Come racconta Puppi nel libro, la cui trama non vogliamo qui troppo svelare, la salma di van Marle non sarebbe approdata alle Dolomiti di Tiziano in maniera casuale, ma «manovrata da un direttore d’orchestra, che resterà occulto, e come la marionetta, infine, di un gioco in cui un miscuglio di tenero amor coniugale, prepotenza e piaggerie politiche, efferatezze burocratiche, diffidenza ostile per l’altro, avrebbe recitato il ruolo dell’agrimensore nel villaggio del Castello di Kafka». Fabrizio Biferali